Articolo di Valerio Curcio originariamente pubblicato su Io Gioco Pulito - L'altra faccia dello sport


La strada che potrebbe portare le standing areas negli stadi italiani parte da Roma. In primis dallo Stadio Olimpico, di proprietà del Coni, che sta studiando la normativa e le possibili soluzioni. Si è già detto del perchè il calcio italiano ha bisogno delle standing areas, oggi parliamo del percorso istituzionale che tale idea dovrà compiere per divenire realtà.

L’altro ieri si è svolta a Roma una seduta della Commissione Sport del Comune, che ha visto la partecipazione di due delegati del Coni e di alcuni consiglieri comunali. La commissione, convocata dal presidente Angelo Diario, ha l’obiettivo di far sedere al tavolo le istituzioni e le realtà interessate per raccogliere indicazioni politiche e individuare il percorso da seguire.

L’ostacolo principale relativo all’introduzione dei posti in piedi negli stadi italiani è l’art. 6 del Decreto ministeriale del 18 marzo 1996, che non ne prevede la realizzazione negli stadi di calcio con capienza superiore ai duemila posti. Al fine di modificare tale decreto, lo stesso Diario ha scritto al ministro dello sport Luca Lotti: «Questa amministrazione si rende disponibile a ogni forma di collaborazione rivolta all’individuazione di un percorso condiviso per la soluzione della problematica».

Ma il percorso coinvolge almeno due ministeri. «Anche al Ministero dell’Interno sono interessati, c’è infatti un gruppo di lavoro che sta studiando le modifiche necessarie – ha detto Diario in commissione – Li informerò che esistono la volontà politica e le condizioni ambientali per un ripensamento della normativa. Ovviamente le eventuali modifiche si estenderanno a tutti gli stadi italiani, compresi quella di nuova costruzione per i quali sarà più facile prevedere delle apposite aree».

I delegati del Coni hanno sottolineato come, oltre al Decreto ministeriale, ci siano anche altri potenziali impedimenti da considerare. Il primo è legato alle vie d’uscita: se grazie ai posti in piedi aumenta la capienza di un settore, dovrà aumentare anche la portata delle vie di esodo. Il secondo è legato alla visibilità: quando si installa una standing area bisogna considerare anche le persone che siederanno dietro di essa, la cui visibilità potrebbe essere ridotta (anche se, a onor del vero, nelle curve italiane si sta già tutti in piedi). Infine, quello degli investimenti: per realizzare posti in piedi nei vetusti impianti italiani saranno necessarie delle spese, legate non solo all’installazione dei seggiolini ma anche alla risoluzione delle due problematiche appena citate.

Si tratta, comunque, di questioni contingenti e legate al singolo impianto. Nulla toglie che il Ministero possa modificare il Decreto e poi girare le responsabilità ai proprietari degli impianti, che potranno creare le condizioni per realizzare le standing areas: il Coni per l’Olimpico, i comuni o i club per quasi tutti gli altri stadi. Per quanto riguarda la situazione romana, che è ovviamente sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Sport capitolina, il Coni è certamente interessato alla realizzazione di posti in piedi. Non si hanno invece notizie riguardo al nuovo stadio della Roma: una standing area non è prevista dal progetto, in quanto non permessa dalla normativa, ma nulla toglie che – una volta superato l’ostacolo – Pallotta e Parnasi possano decidere di regalare questa gioia ai tifosi della Roma.La palla passa ora al Ministero dell’Interno, che ha la possibilità di recepire le indicazioni politiche del Comune di Roma e del Coni. Nel frattempo, anche la Commissione Sport e Cultura della Camera studierà la questione. Riusciranno gli stadi italiani a stare al passo con quelli europei, almeno su questo aspetto?

Valerio Curcio

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Pubblicato in Romalandia

 

Cari Soci, oggi è uscito questo interessante articolo che ci aggiorna su un tema a noi caro, ovvero la possibilità di assegnazione di una sede sociale per costruire e portare avanti insieme le tante iniziative a scopo sociale che MyROMA vuole realizzare. Sede sociale che il Comune di Roma può assegnare fra una moltitudine di immobili confiscati alle mafie e che al momento non sono utilizzati. MyROMA ha presentato domanda l'11 Ottobre 2012 ma fino ad oggi ancora non abbiamo ricevuto alcuna risposta. [Link richiesta MyROMA]

[Fonte: Il Messaggero] L’obiettivo è semplice. Sveltire le procedure di assegnazione e riutilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, con l’adeguata trasparenza.
E a Roma sono tanti. Negli ultimi 12 anni sono passati dalle mani dei mafiosi al Comune, oltre 52 milioni di euro in immobili. Ville, terreni, palazzi, appartamenti, sequestrati e confiscati dallo Stato e girati all’amministrazione. Manca, però, un vero e proprio regolamento. La giunta ne ha licenziato uno nuovo di zecca, ma tarda ancora l’appuntamento per l’approvazione definitiva dell’assemblea capitolina che non lo ha ancora messo all’ordine del giorno. Il nuovo regolamento, stabilito da un decreto legislativo del 2011, tradotto dal Campidoglio lo scorso settembre, detta in 23 articoli le linee guida per l’acquisizione e l’assegnazione dei beni confiscati.

I VINCOLI
A decidere se acquisire o meno un immobile, proposto dall’Agenzia nazionale dei beni confiscati, sarà una commissione tecnica interdisciplinare, in base alle finalità istituzionali, di emergenza abitativa, sociale e lucrativa. I beni immobili, una volta diventati patrimonio del Comune potranno essere concessi gratuitamente a comunità di giovani, associazioni, cooperative, centri di recupero. Tutto questo, spiega il documento, «nel rispetto dei principi di trasparenza, di adeguata pubblicità e parità di trattamento». Ovviamente il concessionario avrà degli obblighi, compreso quello di esporre una targa rossa con scritta giallo oro con la dicitura «Bene confiscato alla mafia».

Tra i limiti di acquisizione, invece, c’è quello che stabilisce che il bene non sia vincolato da ipoteca, per non far diventare il passaggio un onere eccessivo per il Comune. «Il regolamento è una carta indispensabile per una gestione corretta e trasparente del sistema - spiega Fabrizio Santori, presidente della commissione Sicurezza di Roma Capitale e candidato sindaco - ma ora serve un ulteriore atto di coraggio da parte del governo. Una legge nazionale che faccia cadere i vincoli sulle ipoteche per i beni confiscati ai mafiosi, perché non è immaginabile che una banca non sappia a chi presta i soldi».

STORIA CRIMINALE
Il patrimonio acquisito finora dal Comune racconta attraverso appartamenti, terreni, ville e capannoni, la storia criminale che ha attraversato la città nell’ultimo trentennio. Il primo immobile consegnato a Roma Capitale è un fabbricato in via IV Novembre, divenuto nel marzo del 2000 la sede di Libera, l’associazione contro le mafie. Apparteneva a Michele Zaza, un boss della camorra napoletana, catturato la prima volta a Roma nel ’84, con indosso un giubbotto antiproiettile e un miliardo di lire in contanti. Tra i destinatari dei provvedimenti di confisca ci sono anche mafia e ’ndrangheta. Altri immobili vengono assegnati ad altre associazioni. I beni del clan Danese vengono dati a una cooperativa che si occupa di persone con problemi mentali. Nel 2002 una villa da 10 milioni di euro in via di Porta Ardeatina diventa la Casa del Jazz. È uno dei beni immobiliari della banda della Magliana, sequestrato a Enrico Nicoletti, ex cassiere del gruppo criminale; saranno decine case e terreni confiscati dai giudici. Per fino la sede sportiva del rugby Capitolina sorge su un terreno requisito alla banda. Valore: 5 milioni di euro.

Nel 2005 appartamenti in via Tuscolana e in via Corridoni vengono trasformati in un centro volontariato e nella sede di un’associazione che aiuta i disabili. Erano di Aldo De Benedittis, il re romano dei videopoker, legato secondo i magistrati a Camorra, ’Ndrangheta e Cosa nostra. Storie di clan che s’intrecciano nelle carte dei giudici. Milioni di euro in mattoni da gestire, incrementati negli ultimi anni grazie al lavoro degli investigatori e dei tribunali. Per questo servono regole certe e trasparenti.

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Una sede sociale è il cuore, il motore, l'anima di ogni associazione. Un luogo dove incontrarsi, confrontarsi e discutere di iniziative presenti e future. Un luogo dove crescere e programmare. Oggi MyROMA ha deciso di non avere una sede "propria", una sede "ufficiale" dove riunirsi, senza però impedirle di mettere in campo tante iniziative, spesso (troppo spesso), poco pubblicizzate da giornali, radio e tv.

Il perchè di questa scelta? Basta collegarsi sul sito www.myroma.it e leggere statuto, atto costitutivo dell'associazione per capire che MyROMA nasce con l'obiettivo di "creare una rappresentanza responsabile e democratica di appassionati della squadra della Roma calcio che intende collaborare con la AS Roma S.p.A.  favorendone, anche attraverso la partecipazione al capitale sociale, la crescita sportiva e, contestualmente, operando quale entità esponenziale degli interessi dei suoi appassionati e degli Associati". Tutto questo solo ed esclusivamente tramite le quote dei propri associati. Si, perchè MyROMA non percepisce alcun contributo pubblico e tanto meno, oggi, non gode di entrate derivanti da accordi commerciali con questa o quella azienda. Le uniche risorse arrivano dalle donazioni e dalle quote che ogni associato versa nel momento del rinnovo/sottoscrizione della tessera.

Come detto, nonostante tutto, le iniziative sono state molteplici: lo stadio bus per tifosi disabili (leggi), la "battaglia" per i biglietti per gli under 14 (leggi), quella sulla Tessera del tifoso e le diverse lettere spedite alla società As Roma con consigli su come migliorare i servizi per i tifosi (leggi). Fin dai primi giorni di vita è stata fatta una scelta di campo. Ovvero azzerare ogni tipo di costo; chi lavora in MyROMA lo fa a titolo completamente gratuito, il sito web è fatto in casa a costo zero, i viaggi all'estero sono a totale carico di chi va in “missione” e, ovviamente, la politica di contenimento dei costi non ha risparmiato la sede sociale. La nostra è stata una scelta netta, chiara e con un solo fine: quello di concentrare tutte le forze economiche per l'acquisto delle azioni As Roma e per finanziare iniziative con uno preciso scopo sociale.

In qualsiasi altro paese d'Europa il problema non si sarebbe neanche posto, ma in Italia si sa è tutto più difficile. Prendi per esempio la Germania, paese che è stato oggetto del primo documentario autoprodotto da MyROMA. Su internet il filmato (1h circa) è ancora disponibile (guarda). Basta sedersi davanti ad un pc, cercare "in viaggio con MyROMA" per capire come a quelle latitudini i movimenti dei tifosi godano di un'attenzione particolare, tanto da avere a propria disposizione locali (Fanladen) messi a disposizione direttamente da società e istituzioni locali. Luoghi dove fare attività, dove aggregare e molto spesso educare i più piccoli al rispetto delle regole e dell'avversario.

Era il 15 febbraio 2011 quando l'associazione "Libera" (leggi), da anni in prima linea nella lotta alle mafie, pubblicava un interessante approfondimento (leggi) sui beni sequestrati alle organizzazioni malavitose e riassegnati alla collettività come previsto dalla legge 109/96. Dall'inchiesta emergeva come nella Capitale il 33% di questi immobili risultasse inassegnato o addirittura abbandonato a se stesso. Da qui l'idea: perchè non avanzare una richiesta ufficiale per stabilire proprio in uno di questi edifici la sede di MyROMA? Dopo qualche email per capire la prassi, l'11 ottobre abbiamo mosso i primi passi ufficiali con la raccomandata spedita all'attenzione del dipartimento patrimonio del Comune di Roma. Da quel giorno sono passati quasi tre mesi, da poco siamo approdati nel 2013, e ad oggi tutto tace...

 

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