Giovedì 6 novembre 2014. Il mondo dei club spagnoli di azionariato popolare si è svegliato con una notizia molto particolare, perché è una notizia che riguarda proprio un organo di informazione. Più precisamente, stiamo parlando di un mass-media: “Marca”, il giornale più letto di Spagna (non solo fra quelli sportivi), paragonabile alla nostra “Gazzetta dello Sport”, ha dedicato due intere pagine al movimento dei “fan-owned clubs” del proprio paese.
Il giornalista Angel Rodriguez ha cercato nella prima delle due pagine di riassumere generalmente la situazione a livello nazionale, utilizzando poi la seconda pagina per una sorta di sondaggio fatto di tre domande poste ad ognuno degli otto club. Solo otto squadre? Ecco qui uno dei motivi che ha fatto storcere la bocca a molti lettori informati, perché a quanto pare l’inchiesta, nel velleitario tentativo di fornire un panorama generale, ha tralasciato alcune esperienze che certamente meritavano una menzione al pari delle altre, come ad esempio quella della UD Ourense. Ma se le criticità di questo articolo si fossero fermate a queste ed altre imprecisioni, di certo sarebbero stati tutti più contenti. Tutto il reportage comunica un velato senso di divertimento nell’osservare dall’alto questi “strani oggetti” che popolano il panorama calcistico spagnolo: club “alla vecchia maniera”, reperti vintage portati avanti da idealisti pazzi e anacronistici. Si cerca forzatamente di etichettarli come un riflesso dell’ascesa di Podemos, neonata forza politica spagnola che si basa sulla democrazia partecipativa, quando invece queste esperienze di auto-governo calcistico sono ben più longeve della recentemente nata organizzazione politica. Una battuta per club, una frase che è più uno slogan che altro, e la risposta secca a tre domande rappresentano tutto ciò che “Marca” ha ritenuto che queste squadre avessero da insegnare ai fan di Messi e Ronaldo. Pur continuando tutti ad interrogarsi sul perché di questo interessamento inaspettato, i tifosi contrari al “futbol negocio” non dovrebbero aver dubbi: sfruttare l’ondata di visibilità garantita dal celebre giornale per poi tornare, dal giorno dopo, a districarsi di nuovo nella giungla delle news che più piacciono a questo tipo di media e che, persino in un giorno anomalo come questo, hanno relegato questo reportage di carattere nazionale a pagina 62 e 63. Oggi si godono la ribalta di “Marca”, ma da domani per queste squadre ricomincia la ricerca di quella tessera in più, i lavori per recintare i campi in terra battuta, le scuole calcio per bambini con le divise, i conetti, i fratini e i palloni da pagare. Ricomincia la lotta all’ultimo centesimo per iscriversi al campionato. Ricomincia la ricerca di quei 3 punti che per chi tifa queste squadre significano molto più che un piazzamento in classifica. ¡Adelante!

Segue l’articolo di Angel Rodriguez, liberamente tradotto da “Marca” del 6/11/2014, p. 62-63.
 
I cambiamenti socio-politici che la cittadinanza spagnola sta esigendo in questi ultimi tempi sembrerebbero, poco a poco, ripercuotersi anche sul calcio. Se non fosse così, non ci sarebbero otto squadre di categorie distinte che difendono un modello di gestione in cui sono proprio i tifosi che, in maniera democratica, prendono le decisioni importanti che riguardano il club.
Atlético Club de Socios, Unión Ceares, Club Deportivo Palencia, Ciudad de Murcia, Tarraco, Uniónistas, Sociedad Deportiva Logroñés y Xerez Deportivo si sono uniti questa estate per lottare a favore di un modello di gestione, basato sulla proprietà comunitaria, che sta acquisendo sempre più forza nel calcio iberico.
La prima squadra che ha iniziato a gestirsi così è stato l’Atlético Club de Socios, fondato da un gruppo di tifosi dell’Atlético Madrid insoddisfatti dalla dirigenza della famiglia Gil. “La nostra squadra appartiene ai tifosi. Funzioniamo in maniera totalmente democratica, lontani dal mercantilismo che gira intorno al calcio”, dichiara il suo presidente, Joacquin Lacarcel.
Non tutte queste squadre sono nate alla stessa maniera. La necessità di salvare la propria squadra è stato uno dei fattori determinanti affinché la Unión Ceares, fondata nel 1946, iniziasse a mettere al centro della propria gestione il potere dei propri soci.
“La società stava per fallire e un gruppo di tifosi, alcuni dei quali ex calciatori del club, proposero questo modello. E’ una maniera di gestione che si basa sul sacrificio: siamo tutti volontari, però lo facciamo affinché l’Unión Ceares vada avanti”, sottolinea Iñigo Arza, uno dei responsabili della società.
Rispetto ad un ipotetico salto di categoria, Arza è chiaro: “L’anno scorso abbiamo giocato i playoff e ci siamo presi uno spavento. Se fossimo saliti di categoria avremmo dovuto cercare soldi sotto le pietre”.


Una azione, un voto
Scappano dalla comparazione con Podemos. Sottolineano che sono nati prima. “Non ci consideriamo i “Podemos del calcio”, semplicemente difendiamo il nostro club, quello che era dei tifosi e i potenti hanno distrutto”, enfatizza Juan José Salvador, presidente del Palencia. Nonostante ciò, José Francisco Navarro, presidente del Ciudad de Murcia, vede invece delle similitudini: “Siamo giovani che hanno sbattuto i pugni sul tavolo affinché si sappia ciò che nel calcio è fatto malignamente e in maniera oscura”.

Appoggio massivo dei soci
I club di azionariato popolare hanno le idee chiare: nessun socio, anche se svolge un ruolo di direttivo, ha più potere decisionale di un altro. David Aparicio, azionista del Tarraco, squadra di Cuarta Catalana, è sicuro: “Non permetteremo mai che una persona compri il 51% del club per fare e disfare a suo piacimento. I contributi economici sono benvenuti, ma non conferiscono più potere”.
Sono coscienti del fatto che arrivare alle categorie più importanti è complicato senza avere un impresario che apporti capitali, ma sanno anche che non è impossibile: “Con una premessa chiara, cioè che le spese non superino le entrate, da due anni riusciamo a competere in Segunda B”, afferma Eduardo Guerra, presidente della SD Logroñés.
Richiama l’attenzione il fatto che i due ultimi club ad essere nati, Uniónistas de Salamanca e Xerez Deportivo, siano quelli che stanno avendo più riscontro nella partecipazione dei tifosi. I primi sono arrivati a 2000 soci ancor prima di debuttare in una partita ufficiale, mentre gli andalusi hanno già 4000 associati.
Otto squadre che hanno optato per questa vecchia maniera, ormai quasi dimenticata, di amministrare il calcio dando potere totale a chi ama i propri colori. Una decisione presa, forse, perché lo sport del popolo si è sempre più allontanato dal popolo.
Pubblicato in Romalandia
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