Domenica, 21 Maggio 2017 12:36

Eibar, l'emozione di sentirsi coinvolti

[Articolo originariamente pubblicato nella sezione "Tifo & Repressione" di iogiocopulito.it]

Nell’estate del 2014 ho donato 50 euro all’Eibar. Nel giro di un mese il club basco doveva raccogliere l’enorme cifra di 1,7 milioni per potersi iscrivere alla Primera División, che aveva conquistato dopo due promozioni in due anni. Il motivo della disperata raccolta fondi? L’Eibar si era guadagnato la storica promozione con un capitale sociale troppo basso. Una legge mal nata e mal interpretata costringeva la società a tentare l’impresa di portare il proprio capitale sociale da 400 mila euro a 2,1 milioni nel giro di poche settimane. Poco importava che la gestione economica era stata del tutto sostenibile e trasparente: per affrontare il Real Madrid, che al tempo valeva 130 volte di più, bisognava che l’Eibar quintuplicasse il proprio capitale sociale.
 
Era la fine di una stagione storica: con un budget minimo, senza debiti, senza spendere un euro in più di quelli disponibili, la squadra basca avrebbe rappresentato la città più piccola nell’era moderna della massima serie spagnola. Si parlava di “modelo Eibar” e si rispolverava la storia di un club che dal 1940 è, assieme all’industria delle armi, il biglietto da visita di un paese di 27.000 abitanti nascosto tra le valli basche.

L’Eibar riuscì nell’impresa, grazie all’aiuto di più di 11.000 contributori da 65 paesi del mondo. Poteva per la prima volta accedere al gradino più alto del calcio iberico, dove - al contrario di qualsiasi pronostico – resiste a distanza di tre stagioni. Fui molto orgoglioso del mio piccolo contributo, perché ero (e sono) convinto che l’Eibar potesse almeno in parte dimostrare che la ricerca disperata di magnati stranieri e la cieca commercializzazione di un brand sportivo non rappresentano l’unica strada da percorrere per i club calcistici, soprattutto per quelli medio-piccoli.
 
Tuttavia, non mi resi del tutto conto che il crowdfunding a cui avevo preso parte era, in realtà, quello che viene chiamato in gergo tecnico un "equity" crowdfunding. Totalmente preso dalla causa alla quale donavo 50 euro, non avevo mai dato la giusta importanza al fatto che sarei anche divenuto proprietario di una piccola quota del club. Poco dopo, poi, ne divenni più cosciente, soprattutto quando arrivò a casa la lettera con cui l’allora presidente Alex Aranzábal certificava che con la mia azione n° 45.014 ero diventato ufficialmente co-proprietario del club.

Da quel giorno ho ricevuto regolarmente aggiornamenti via mail e posta cartacea sull’andamento sportivo, economico e societario del club. Infine, qualche giorno fa, ho trovato nella buca delle lettere una busta molto spessa. Conteneva tutto il necessario per partecipare alle elezioni per il consiglio direttivo che si terranno il 1 giugno in casa dell’Eibar, incluso il modulo per delegare il voto a distanza. Le elezioni sono una diretta conseguenza dell’allargamento della proprietà generato dalla campagna di finanziamento del 2014. L’Eibar infatti è oggi una società interamente posseduta da azionisti di minoranza, di cui circa l’80% residenti nei Paesi Baschi, il 15% nel resto della Spagna e il 5% all’estero.  
 
La busta conteneva la mia scheda elettorale e tre depliant informativi per altrettante liste di candidati, assieme a un foglio esplicativo. Il tutto rigorosamente in tre lingue: euskara, spagnolo e inglese, a sottolineare come nel club la dimensione internazionale conviva con quella iper-locale. E non è un caso che uno dei tre candidati alla presidenza, seppur con scarse speranze, sia un americano che si prefigge di rappresentare gli azionisti stranieri.

Inizialmente, aprire quella busta mi ha fatto enorme piacere. Mi sono sentito coinvolto, cercato, considerato anche se lontano. Ho donato 50 euro a una giusta causa e ora quella giusta causa mi chiede a chi voglio affidare il suo timone. Ma poi è prevalso lo sconforto. Ho pensato a quante volte la squadra per cui tifo ha chiesto la mia opinione. E non importa quale sia, perché il discorso è uguale per quasi tutte le principali squadre italiane. A occhio e croce è successo due volte: qualche anno fa ci fu un sondaggio su quale terza maglia scegliere, e poi mi pare di aver partecipato a un’indagine di mercato sullo stadio.
Ho pensato anche a quanti soldi ho speso per la mia squadra. Considerando solo abbonamenti, biglietti e merchandising, mi rendo conto che la cifra è a tre zeri, e non ho ancora capelli bianchi. Un abisso rispetto ai 50 euro che mi hanno dato diritto di voto a Eibar.
 
Certo, la comparazione è inclemente, perché anche in Liga l’Eibar è una realtà speciale. E il senso di comunità, la voglia di partecipare non si possono copiare a tavolino. Tuttavia la frustrazione provocata dal confronto tra le due situazioni rimane, così come rimane la convinzione che i tifosi, con le loro idee, le loro critiche ed il loro entusiasmo, sono la più grande risorsa non ancora sfruttata (in senso positivo) dal sistema calcio.

Valerio Curcio


Originariamente pubblicato su Io Gioco Pulito



 
Pubblicato in Romalandia

Questa stagione calcistica sarà ricordata per sempre dai 27.000 abitanti della cittadina basca di Eibar, nascosta in una valle fra le regioni di Bizkaia e Gipuzkoa, per via delle gesta della squadra locale. L’SD Eibar per la prima volta dalla sua fondazione ha raggiunto la massima serie del calcio spagnolo, ottenendo così due promozioni in due anni: dopo essere asceso alla Segunda nel giugno 2013, il 25 maggio di quest’anno si è qualificato per la Primera con due giornate di anticipo, concludendo il campionato in prima posizione. Nella stagione 2014-15 sarà infatti la squadra con il minor budget della categoria, proveniente dalla città con meno abitanti nella storia moderna della Primera División. La vedremo lottare per la salvezza nel campionato che ospita le squadre più forti d’Europa.

Nata nel 1940 da una fusione, i colori “azulgrana” sono il simbolo delle sue umili origini: nel 1943 ottenne in regalo dalla federazione locale i completi del Barcellona, i cui colori per caso figuravano anche nella bandiera del comune. Storicamente, la proprietà del club è sempre stata nelle mani di molti piccoli azionisti, che non hanno mai lasciato lo spazio a grandi investitori. Il suo stadio, l’Ipurua, è stato inaugurato nel 1947 e può ospitare solo 5.200 persone, una limitazione che probabilmente obbligherà la società a fare ampliazioni e ad installare dei maxi-schermi esteriori. Il legame fra lo stadio e la città è molto stretto, basti pensare che il giorno della conquista della Primera i balconi dei due enormi edifici che lo sormontano hanno ospitato più di cento persone in festa.

Il raggiungimento della massima serie non è l’unico motivo di vanto per i tifosi. Il cosiddetto “modello-Eibar”, fatto di vicinanza alla tifoseria e di sostenibilità economica, non solo ha permesso alla squadra di arrivare prima nel campionato, ma anche di superare un enorme problema economico che stava per cancellare i sogni di gloria di migliaia di tifosi.

La fantastica stagione ha rischiato di disintegrarsi a marzo, quando è arrivata la notizia che per colpa di una legge del 1999 le porte della massima serie sarebbero rimaste chiuse per l’Eibar, che dal basso dei suoi 4 milioni di euro di budget non sarebbe stato degno di lottare contro le multimilionarie squadre spagnole. Un esempio? Il Real Madrid, con il valore di 521 milioni, vale più di 130 volte l’Eibar.
Ed è questa l’altra enorme impresa di questa squadra: per soddisfare le pretese del Consejo Superior de Deportes, società e tifoseria hanno dovuto far fronte ad un aumento di capitale di 1,7 milioni, per portare entro il 24 luglio il capitale sociale da 400.000 euro a quei 2,1 milioni che rappresentano la chiave d’accesso all’Olimpo del calcio spagnolo, ma anche per non retrocedere obbligatoriamente in terza serie.

Il paradosso che ha causato questa legge è evidente: in un calcio notoriamente malato a livello economico, in cui i club hanno debiti abissali con le banche, si sarebbe vietato l’ingresso proprio ad una società sana e trasparente, colpevole di essere riuscita ad arrivare all’apice del calcio spagnolo con troppi pochi soldi. Questo risulta ancora più assurdo se pensiamo che questa legge fu varata proprio per costringere i club che versavano in cattive condizioni economiche ad accedere alla massima serie con un’economia più solida.
A tutto ciò va aggiunta l’evidente ostruzione delle istituzioni e dei potenti della LFP, che nulla hanno fatto per aiutare l’Eibar ad aggirare l’ostacolo, ingiusto agli occhi di tutti. Ma invece di fermarsi, l’avanzata del “modello-Eibar” ha continuato a mettere in crisi gli anti-valori del calcio moderno, azionando una macchina organizzativa che ha permesso l’enorme aumento di capitale.
Grazie alla campagna mediatica #DefiendeAlEibar, la società ha organizzato un’iniziativa di finanziamento popolare per accumulare quei 1,7 milioni che mancavano. Tifosi e simpatizzanti hanno partecipato comprando online azioni da 50 euro, ma senza poter superare i 100.000 euro: questo per ribadire che non si cercavano né magnati né sceicchi, ma la partecipazione popolare. E così è stato: grazie all’aiuto di centinaia di tifosi, negozi e piccole imprese, oggi la straordinaria impresa si può dire conclusa. A memoria di ciò, tutti i nomi dei tifosi che hanno permesso all’Eibar di giocare in Primera rimarranno incisi su una delle facciate dello stadio.

Come già abbiamo detto, l’approdo in Primera e il successo dell’aumento di capitale non sono frutto del caso. Le chiavi del successo dell’Eibar sono molte e rispecchiano i valori di tante società di calcio popolare e di Supporter’s Trust che stanno sorgendo in Europa. Prima di tutto, la sostenibilità economica: al contrario di praticamente tutte le grandi squadre spagnole, il club non ha mai speso un euro in più di quanto avesse a disposizione e paga puntualmente lo stipendio a giocatori e staff. “Se una famiglia spende più di ciò che ha, va in rovina: le tolgono la casa o le pignorano i beni. Ma tutti i club di calcio lo hanno fatto e non è successo nulla”. A sostenerlo è Gaizka Garitano, allenatore ed ex giocatore dell’Eibar, coinvolto appieno nella filosofia del club.
Lo stesso Xabi Alonso, che insieme a David Silva rappresenta il meglio che sia uscito dal vivaio del club, commentò che ad Eibar aveva imparato due cose: a difendere bene e a sostenere lunghissimi viaggi in autobus. Se questo non bastasse a capire come funzionano le cose, basti sapere che il prezzo delle magliette regalate ai tifosi a fine partita viene direttamente scalato dalle buste paga di ogni giocatore.
Questo regime economico, che da molti calciatori e tifosi potrebbe essere definito spartano, ha in realtà un senso ben preciso: non solo permette alla società di mantenere in verde il bilancio, ma aiuta a creare un ottimo rapporto dentro lo spogliatoio e fra squadra e tifoseria. Ad esempio, ad Eibar è comune vedere i calciatori arrivare agli allenamenti dopo aver cercato parcheggio come qualsiasi altro abitante, così come non è difficile per i bambini incontrare i propri idoli a spasso per la città. Già, i propri idoli: nei campetti di Eibar le maglie di Barça e Real non sono ben viste dalla gioventù locale.

Conseguenza in campo di questa netta impostazione societaria è l’affidamento che si fa sulla forza del gruppo. Ogni anno la rosa viene composta con un budget molto limitato, perciò quasi tutti i giocatori ricevono il salario minimo, senza grandi disparità fra gli stipendi. Il lusso e i vizi tipici dei calciatori di oggi restano alla porta: nell’Eibar il gruppo vale più dei singoli ed è questa convinzione che permette al club di vincere nonostante la sua netta inferiorità economica.
Il rapporto della società con la tifoseria si può riassumere in qualche parola: vicinanza ai tifosi e difesa della tradizione. Ad esempio, il club mantiene accessibili i prezzi di biglietti e abbonamenti (nella passata stagione 83 euro in curva fino ai 25 anni) e facilita la organizzazione delle trasferte, riuscendo a coinvolgere al massimo i propri tifosi ed evitando che si diffonda il tifo per le “grandi” o la cosiddetta doppia fede calcistica. Le parole del presidente Alex Aranzábal descrivono bene questo rapporto: “Vogliamo i bambini con la maglietta dell’Eibar e non quella di Messi o Cristiano Ronaldo. Vogliamo che il club rimanga per sempre del popolo e della gente, che mantenga le sue radici a livello popolare”.

Nella prossima stagione calcistica sarà interessante vedere se la forza del gruppo permetterà alla squadra di guadagnarsi la permanenza. Ma, qualsiassi essi siano, i risultati sportivi dell’Eibar in Primera saranno comunque un enorme successo, visto l’abisso economico che lo separa dagli altri club.
Ancora più interessante da osservare sarà la reazione della Liga più opulenta del mondo al rivoluzionario “modello Eibar”: quanti tifosi capiranno che non serve aspettare che arrivi uno sceicco dal cielo per veder migliorare le sorti del proprio club? Quanti esperti di marketing si renderanno conto che cambiare logo, colori e nome alla squadra è ininfluente se comparato alla forza (anche economica) della passione? Detto ciò, nella Liga 2014-15 nessun calciofilo potrà nascondere la voglia di vedere che accoglienza riserverà la fortezza di Ipurua a Cristiano Ronaldo e Messi, così come a qualsiasi altro giocatore o club che da solo vale decine di volte l’Eibar.


Si ringrazia Nacho Carretero per alcune citazioni tratte dal suo articolo pubblicato sulla rivista Jot Down.
Pubblicato in Romalandia
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