Questa è la lettera che viene recapitata a casa di ogni socio MyRoma assieme alla tessera valida per l’anno 2017. Poiché è un resoconto sulle attività del nostro Supporters Trust, abbiamo pensato di pubblicarla anche qui, per tenervi aggiornati su ciò che facciamo.


La stagione 2016/17 è finita e ci prepariamo a vivere un nuovo anno con e per l’AS Roma. Siamo sempre più convinti di quanto sia importante l’attività di un Supporters Trust in un periodo come questo. La crisi delle presenze allo stadio e il progressivo venir meno di un modo di vivere il tifo in maniera “popolare” ci mette di fronte alla sfida di voler conservare – pur in un mondo che cambia –  il nostro modo genuino di tifare la Roma e di sentirci una comunità. Al contempo, l’annunciato abbandono dell’Olimpico e la futura costruzione di un nuovo stadio ci assegnano ulteriori compiti di controllo e informazione su un cambiamento così epocale. 
 
Siamo contenti che nelle curve dell’Olimpico si sia ripristinata una situazione di accettabile normalità, con l’eliminazione delle ingiustificate barriere al centro delle curve. Ma la strada da fare per rendere lo stadio un luogo vicino alle esigenze dei tifosi è ancora molto lunga: uno dei primi argomenti su cui stiamo concentrando i nostri sforzi è la tutela dei settori popolari (dell’Olimpico come del nuovo stadio) che in quanto tali devono prevedere dei prezzi in linea con la definizione stessa di popolare. Al contempo ci stiamo attivando affinché tali settori prevedano una standing areache dia massima libertà e sicurezza a chi vuole tifare e cantare stando in piedi, come sta iniziando ad avvenire in tutta Europa.
 
Sempre per ciò che riguarda il nuovo stadio, ci stiamo attivando per capire quanto il nuovo impianto che la "società proponente" realizzerà a Tor di Valle influirà in maniera positiva sui conti dell’AS Roma. Abbiamo evidenziato che ad oggi non esiste alcun documento ufficiale che regoli gli accordi commerciali tra l’AS Roma e i proponenti rispetto ai ricavi da stadio, che quindi non sono ancora quantificabili. Pertanto, elaboreremo un’analisi ed esprimeremo la nostra opinione quando tali accordi saranno noti.
(Qui l'articolo di Repubblica sul nostro intervento all'assemblea degli azionisti).
 
Nel frattempo, seguiamo con grande coinvolgimento la situazione di un altro stadio, o perlomeno di ciò che ne rimane: il glorioso Campo Testaccio. La giunta comunale ha mantenuto la promessa di eliminarlo dal Piano Urbano Parcheggi, perciò a breve il terreno tornerà nelle disponibilità dell’Assessorato allo Sport, che attiverà un tavolo partecipato per progettare il futuro dell’area.
(Qui l'ultimo aggiornamento su Campo Testaccio).

Come forse avrete letto su alcuni giornali, stiamo partecipando ad un progetto nazionale che porterà alla presentazione di un progetto di legge sull'azionariato popolare e sulla partecipazione dei tifosi nelle società di calcio.
(Qui la notizia sul nostro intervento in Commissione Sport & Cultura della Camera dei Deputati).
 
Manteniamo inoltre il nostro impegno su una questione a noi cara come quella del rispetto della storia e delle tradizioni romaniste. Abbiamo accolto con grande favore la scelta della dirigenza di tornare a utilizzare le gradazioni esatte di giallo e rosso indicate sul Manuale d’identità visiva del Comune di Roma, come previsto dallo statuto del club. Al contempo, però, prendiamo atto della scarsa volontà di ascoltare i tifosi per ciò che riguarda l’imposizione, al posto del nostro stemma, di un logo commerciale che poco ha a che vedere con la nostra storia e che ha eliminato l’acronimo ASR.

L'ultima attività su cui vi aggiorniamo è la seconda edizione del Premio Stefano Ciolli: presto un bambino tra i 5 e 14 anni e un suo genitore avranno di nuovo la possibilità di vincere l'abbonamento nel settore famiglia grazie a MyRoma!
 
Concludiamo infine con un doppio appello:
 
• Stiamo raccogliendo le deleghe di azionisti di minoranza dell’AS Roma con l’intento di formare assieme a MyRoma un gruppo in assemblea degli azionisti. Se possiedi azioni AS Roma o conosci altri piccoli azionisti, contattaci!
 
• Il 23 giugno ci sarà la consueta assemblea per l’approvazione del bilancio. Per l’occasione abbiamo organizzato un aperitivo di raccolta fondi per pagare le ingenti spese legali dovute al ricorso contro la chiusura della Curva Sud nel 2015. Il ricorso portò alla riapertura della Curva e all’impossibilità di chiuderla di nuovo secondo le stesse modalità, ma le spese legali saranno comunque a carico di MyRoma. Ti chiediamo di venirci a trovare all’aperitivo e di portare quante più persone possibili, e soprattutto di partecipare alla raccolta fondi che sarà presto disponibile con tutti i dettagli su questo sito.
 
Forza Roma!
 
 

Pubblicato in MyROMA informa
Oggi siamo stati ospiti della VII Commissione della Camera dei Deputati (Cultura, Scienza e Istruzione) per un’audizione informale. Abbiamo iniziato i lavori per discutere una legge per la partecipazione dei tifosi nei club calcistici (progetti di legge: C. 2202 Attaguile, C. 2707 Coccia e C. 4029 Brignone).
 
Siamo contenti che dopo sette anni di attività il nostro Supporters Trust venga considerato un interlocutore competente da coinvolgere per la stesura di un progetto di legge. Nei prossimi mesi lavoreremo dunque affinché anche l’Italia, come già altri paesi in Europa, incentivi la partecipazione dei tifosi nella governance del calcio. L’interesse della classe politica verso questi temi, dei quali siamo stati pionieri in Italia, non può che farci ben sperare per il futuro. 
 
Pubblicato in MyROMA informa

Il 22 luglio scorso è stato il compleanno della nostra Roma. E proprio perché crediamo che questo club debba essere patrimonio di tutte le persone che lo amano e che lo tifano, oggi abbiamo deciso di farci questo regalo.

Comunichiamo ufficialmente che abbiamo acquistato un altro lotto di azioni dell'AS Roma! Un'altra piccola parte del club diviene di proprietà di un soggetto partecipato e democratico come il nostro Supporters Trust.
Tutte le informazioni sulle azioni saranno presto disponibili su myroma.it nell'area riservata ai soci.

L'acquisto è stato possibile solo grazie alle quote associative e alle donazioni che abbiamo raccolto quest'anno, per questo ci teniamo a ricordarvi i link per sostenere il nostro operato:

PER DIVENIRE SOCIO MyROMA: 
http://myroma.it/diventa-socio.html

PER FARE UNA DONAZIONE: 
http://www.myroma.it/diventa-socio/donazione.html

Pubblicato in Economico e Finanziario
Venerdì, 18 Dicembre 2015 10:02

La rivoluzione latente del nostro povero calcio


La rivoluzione latente del nostro povero calcio
 
«Andavamo in curva una volta e ci andiamo ancora. La differenza è che adesso la squadra è nostra». David Miani è vicepresidente e amministratore delegato dell’US Ancona 1905, la prima società di calcio professionistica in Italia ad avere come proprietari i suoi tifosi. Siamo nel 2010. La storica Ancona fallisce e a un gruppo di supporter viene un’idea rivoluzionaria, almeno per l’Italia: mettersi insieme e gestire direttamente la propria squadra del cuore. Nasce così “Sosteniamo l’Ancona”, un’associazione di tifosi senza scopo di lucro che inizialmente deteneva il 2% e aveva due posti nel cda del nuovo club. «Per quattro anni abbiamo lavorato fianco a fianco dei dirigenti, riportando la squadra dall’Eccellenza alla Lega Pro», spiega Miani. Lo scorso giugno la svolta. Il patron Andrea Marinelli decide di cedere la società ai tifosi. Oggi l’Us Ancona il cui presidente onorario è il sindaco Fiorello Gramillano  è una società gestita in modo sostenibile, con grande attenzione al settore giovanile e, ovviamente, alle richieste dei suoi sostenitori. «Abbiamo1100 socie decidiamo tutto insieme. Finché ci saremo noi non potrà arrivare nessuno da fuori, prendersi la società con scopi poco chiari e portarla poi al fallimento, come accade spesso nel calcio italiano». Quella dell’azionariato popolare (o più precisamente dei supporters trust)è una realtà consolidata in molti Paesi europei, se non addirittura la regola.«Il Regno Unito ha la tradizione più longeva e il maggior numero di associazioni, più di 180. Germania e Svezia sono il massimo per il coinvolgimento diretto dei tifosi nei processi decisionali dei club», spiega Ben Shave,responsabile per lo sviluppo di “Supporters Direct Europe”, un’organizzazione che assiste i tifosi decisi a formare un trust. «Aiutiamo solo le associazioni aperte, democratiche e no profit», continua Shave. «Oggi seguiamo oltre 300 trust in più di 20 Paesi europei». Nel calcio britannico il fenomeno è di portata generale. Quasi il 70% dei club nelle prime cinque categorie tra Inghilterra e Scozia ha in seno un supporters trust. Solo per fermarsi alla Premier League gli esempi più celebri sono Manchester United, Arsenal e Tottenham. Questi gruppi hanno iniettato quasi 30 milioni di euro solo attraverso le quote sociali e hanno salvato più di un club prossimo al fallimento, come accaduto con lo Swansea.
 
Nei primi anni Novanta in Spagna quasi tutti i club professionistici sono stati obbligati a diventare società sportive per azioni, finite in mano a moltissimi tifosi:l’esempio più celebre,il Barcellona,conta più di 170 mila soci.
 
E l’Italia? In ritardo, ma sta arrivando. Dal 2010 a oggi il numero dei trust è cresciuto notevolmente. «Il tifoso non può essere assimilato a un cliente: non considera la propria squadra alla stregua di un prodotto commerciale e stringe un legame destinato a durare per sempre». Così la vede Diego Riva, il presidente di “Supporters in Campo”, organizzazione impegnata da anni nella diffusione in Italia di un modello partecipativo per la proprietà e la gestione delle società sportive. «L’interesse sta crescendo, ormai rappresentiamo più di venti associazioni di tifosi»,spiega. Il ritardo, secondo Riva, non è motivato da ostacoli normativi. «Certo, in alcuni Paesi europei ci sono leggi che regolano la partecipazione dei tifosi e strumenti che facilitano l’aggregazione, ma la principale differenza è il background sociale e culturale. C’è bisogno di un modo diverso di vedere il calcio, che dovrebbe essere espressione di una città e non un modo per fare business. La vera sfida è il radicamento della società in un territorio di riferimento, aggregando le forze economiche locali e coinvolgendo direttamente i tifosi in processi democratici partecipativi. Sono loro il vero capitale dei club».
 
Gli esempi italiani si trovano per lo più nelle serie minori. Da Taranto a Lucca fino a Tortona, dove il trust “Noi Siamo il Derthona” è  riuscito a sottoscrivere un contratto di licenza esclusiva per l’utilizzo del marchio Derthona F.B.C. 1908, club che milita in serie D. «Tra i nostri soci ci sono tutte le tipologie di tifoso, i ragazzi che aderiscono al movimento ultras come gli anziani che vanno in tribuna da una vita», racconta Andrea Freddo. «Il nostro obiettivo è ottenere una quota di partecipazione e puntare tutto sull’identità storica, culturale e sociale della nostra squadra e della nostra città. Purtroppo in Italia prevale il sospetto verso qualsiasi forma di associazionismo tra i tifosi. C’è un po’questa mentalità da padre padrone, secondo la quale chi mette i soldi deve decidere per conto proprio». Capita allora che talvolta, trovandosi chiusa la porta, i tifosi creino una nuova squadra a propria immagine e somiglianza. È il caso di Sulmona, dove dopo dieci anni complicati tra cessioni societarie, debiti e stipendi non pagati, i tifosi rompono con lo storico club cittadino e ne fondano uno nuovo, l’Asd Ovidiana,anche a costo di ripartire dalla Terza Categoria.«Siamo quasi tutti giovanissimi e soprattutto anarchici», spiega Oreste De Deo. «Non abbiamo uno statuto vero e proprio, ma ci troviamo tutti insieme per prendere le decisioni. Siamo un club popolare in tutti i sensi». Risultato? L’Ovidiana fa più spettatori del Pro Sulmona, che però gioca in serie D.
 
Ma è anche il caso di Cava de’ Tirreni, dove l’associazione Sogno Cavese ha dato vita al proprio club comunitario Cava United, che milita nella Terza Categoria campana. «Oggi ciò che ci spinge ancora a seguire una squadra di calcio ed un pallone che rotola si trova al gradino più basso del calcio italiano. Ma non ci importa nulla, abbiamo la squadra che vogliamo, abbiamo la squadra a nostra immagine e somiglianza, abbiamo Cava United», racconta Maurizio Alfieri.«Abbiamo chiuso con quel calcio fatto di soldi, fallimenti e operazioni non sempre lecite. La nostra è una società senza padroni dove ognuno è importante. Abbiamo creato una cooperativa sportiva con uno statuto blindato con due categorie di soci: cooperatori e finanziatori». L’organo direttivo è formato sempre per due terzi da cooperatori e per un terzo da finanziatori. «In questo modo - prosegue Alfieri -impediamo che la maggioranza possa cambiare dall’oggi al domani e garantiamo la continuità dei valori della squadra. Visto che in Italia non c’è una legge ad hoc, noi il modello ce lo siamo inventati da soli, dal basso». Ma i supporters trust non rappresentano solo la nostalgia di un calcio romantico. «Macché, quelle sono fesserie che ci siamo messi in testa» prosegue Alfieri. «La partecipazione diretta è sinonimo di un modello organizzativo nuovo che può portare tutta una serie di benefici, anche economici, ai club e al territorio».
 
Ne è convinto Walter Campanile, presidente di My Roma, primo esempio di azionariato popolare nella Serie A italiana. «La partecipazione diretta dei tifosi può contribuire a una serie di servizi indotti capaci di generare introiti importanti. Nei nostri primi anni di attività in sinergia con la Roma, dopo la nascita nel 2009, abbiamo contribuito a creare delle iniziative, dalla nuova biglietteria alle audio descrizioni delle partite per i tifosi non vedenti. Abbiamo avviato una campagna di sensibilizzazione nei confronti delle giovanili,le cui gare fino a qualche anno fa richiamava-no pochissime persone». My Roma detiene un pacchetto di azioni che garantisce un posto alle assemblee degli azionisti del club. «Ma all’ultima non siamo neppure andati», spiega Campanile.«È inutile perdere tempo,non ci ascoltano. Qualcuno che sta dall’a ltra parte dell’oceano ha deciso di cambiare lo stemma della nostra squadra per motivi di merchandising senza nemmeno consultarci». E così, in attesa di una legge che non c’è,i club si arrabattano tra bilanci in rosso, fallimenti e ripartenze più o meno stentate. «Chi gestisce il calcio italiano non ha compreso le enormi potenzialità sprecate», ripetono in coro i protagonisti dei trust italiani. Nel frattempo l'innovazione è partita, dal basso. Nella speranza che se ne accorgano anche ai piani alti.

Articolo di Tommaso Magrini pubblicato dal settimanale Pagina 99
 
Pubblicato in Parlano di noi
Traduzione da wanderersfutbol.com

Intervistiamo Fausto Zanetton, che ha fondato nel Regno Unito la prima piattaforma di crowdfunding dedicata alle squadre di calcio. Grazie a Tifosy, i club possono finanziare progetti di ogni tipo grazie al contributo dei propri sostenitori. Dopo aver inaugurato la campagna per la creazione del Museo del Parma, il progetto si mette a disposizione di tifosi e club di tutta l’Europa.

In cosa consiste il progetto di Tifosy?
Tifosy è una piattaforma online che connette i club di calcio con i propri tifosi e simpatizzanti, grazie alla quale i sostenitori possono contribuire economicamente a progetti specifici avviati dal club. Spesso si tratta di progetti di azionariato popolare, ma includiamo anche progetti di crowdfunding puro, ovvero mediante i quali il tifoso non acquisisce una quota del club ma può comunque finanziarlo.
Per fare qualche esempio, nel Regno Unito abbiamo avviato un progetto con il Portsmouth, che è un club al 100% dei tifosi. Grazie alla campagna pubblicata sulla nostra piattaforma hanno finanziato un centro sportivo per le giovanili, raccogliendo più di 250.000 sterline. Adesso abbiamo avviato il primo progetto internazionale con cui finanzieremo il Museo Crociato del Parma, e grazie a tale progetto i sostenitori potranno anche avere la possibilità di comprare una quota del club. 

Come nasce l’idea di Tifosy? 
Io sono nato all’estero e ho lavorato nel settore della finanza. Ho sempre visto le difficoltà che club di calcio che hanno per finanziarsi. Infatti non tutti i club hanno un proprietario miliardario e non riescono facilmente a raccogliere fondi. Per cui mi sono chiesto: perché non applicare il crowdfunding al calcio, mediante una piattaforma specializzata? Così circa un anno fa ho fondato Tifosy. Abbiamo una campagna pilota in Italia con il Parma e ora inizieremo molti più progetti sia nel Regno Unito che all’estero. Paesi come Spagna e Italia che sono adatti alla diffusione della nostra piattaforma, perché hanno una storia calcistica ricchissima, ma soprattutto perché c’è tanta passione e i tifosi si prestano bene a progetti partecipativi.

Ho visto che finanziate anche un progetto culturale, ovvero la produzione di un film su George Best.
Il nostro focus è sui club di calcio, ma ogni tanto facciamo un’eccezione, come il film su Best. E’ una prova per vedere se i tifosi sono disposti a dare il contributo a progetti interessanti ma che non riguardano alcun club, pur restando nell’ambito calcistico. 

In cosa consiste il progetto di finanziamento del Parma Calcio 1913?
Il Parma è un club storico. Dopo le Inter, Milan e Juventus è la squadra italiana che ha vinto di più all’estero. Ha accumulato tifosi in tutto il mondo, per cui dopo che è fallito c’è stata una reazione a livello globale: la gente non voleva vedere questo club sparire. Nel processo di rifondazione del club ci sono stati alcuni imprenditori che hanno dato un contributo, poi si è deciso di far partecipare i tifosi a livello economico e decisionale. Hanno quindi invitato i tifosi gialloblu di tutto il mondo ad acquisire quote. Tutto ciò si sposa perfettamente con la nostra piattaforma, perché aiutiamo i tifosi che non hanno 500 euro per pagare una quota del Parma a contribuire a un progetto e a sentirsi lo stesso partecipi. Noi finanzieremo il Museo Crociato presso lo Stadio Tardini, dove verrà custodita per sempre la storia del Parma. 

Cosa deve fare una società di calcio che vuole inaugurare una campagna di finanziamento?
Il club deve contattarci e descriverci il progetto, poi noi controlliamo che sia serio e credibile: dobbiamo avere fiducia nel management del club. Verifichiamo anche che i tifosi vogliano realmente vedere questa cosa realizzata. Poi lavoriamo con club e tifosi per mettere su un progetto che funzioni. Non siamo come la maggior parte dei siti di crowdfunding, in cui chiunque può aprire una campagna di finanziamento in poco tempo, per qualsiasi scopo e in maniera quasi automatica. Molti club non hanno la struttura interna per portare avanti queste campagne in maniera ottimale, quindi noi le gestiamo dall’inizio alla fine, anche per una questione di credibilità. Non vogliamo che un club faccia un progetto di finanziamento e poi i materiali grafici siano scadenti, il video non sia ben girato, la social network strategy non funzioni, eccetera. Non va bene per loro e nemmeno per noi, perciò preferiamo fare meno progetti ma farli bene.

Ci dai qualche dettaglio tecnico in più sulle campagne di crowdfunding?
La nostra piattaforma permette di mantenere i soldi anche se non si raggiunge l’obiettivo economico prefissato. Non vogliamo che un club dopo aver investito tempo e fatica nel progetto perda tutti i soldi. 
Noi come Tifosy tratteniamo una percentuale che accordiamo prima col club ed è in linea con quelle di tutte le più famose piattaforme di crowdfunding. Non c’è uno schema fisso valido per tutti i club: ogni accordo è frutto di un dialogo tra noi e la società, perché ogni realtà ha le sue risorse e le sue peculiarità. Ad esempio ci sono club che hanno una struttura interna molto sviluppata, altri che hanno bisogno di essere seguiti di più.

Concludiamo con una domanda più generale: come vedi il futuro del calcio europeo? 
Da come si stanno sviluppando le questioni dei diritti tv, in futuro penso che ci saranno circa 30 club che saranno molto importanti a livello internazionale e soprattutto ben capitalizzati. Circa 20 nel Regno Unito e 2-3 per gli altri principali paesi. Tutto il resto dei club saranno più o meno delle realtà locali, molto più difficili da finanziare, per i quali il supporto dei tifosi sarà sempre più fondamentale. Servirà dunque sempre più la diffusione di un legame onesto fra club e tifosi, che possono essere coinvolti con l’azionariato o con progetti di finanziamento popolare. Giovanili, stadi, infrastrutture sono progetti ideali per il crowdfunding, perché il tifoso sente che i propri soldi non vengono buttati via, ma anzi vede l’esito concreto del suo aiuto. 
Pubblicato in Romalandia

Giovedì 6 novembre 2014. Il mondo dei club spagnoli di azionariato popolare si è svegliato con una notizia molto particolare, perché è una notizia che riguarda proprio un organo di informazione. Più precisamente, stiamo parlando di un mass-media: “Marca”, il giornale più letto di Spagna (non solo fra quelli sportivi), paragonabile alla nostra “Gazzetta dello Sport”, ha dedicato due intere pagine al movimento dei “fan-owned clubs” del proprio paese.
Il giornalista Angel Rodriguez ha cercato nella prima delle due pagine di riassumere generalmente la situazione a livello nazionale, utilizzando poi la seconda pagina per una sorta di sondaggio fatto di tre domande poste ad ognuno degli otto club. Solo otto squadre? Ecco qui uno dei motivi che ha fatto storcere la bocca a molti lettori informati, perché a quanto pare l’inchiesta, nel velleitario tentativo di fornire un panorama generale, ha tralasciato alcune esperienze che certamente meritavano una menzione al pari delle altre, come ad esempio quella della UD Ourense. Ma se le criticità di questo articolo si fossero fermate a queste ed altre imprecisioni, di certo sarebbero stati tutti più contenti. Tutto il reportage comunica un velato senso di divertimento nell’osservare dall’alto questi “strani oggetti” che popolano il panorama calcistico spagnolo: club “alla vecchia maniera”, reperti vintage portati avanti da idealisti pazzi e anacronistici. Si cerca forzatamente di etichettarli come un riflesso dell’ascesa di Podemos, neonata forza politica spagnola che si basa sulla democrazia partecipativa, quando invece queste esperienze di auto-governo calcistico sono ben più longeve della recentemente nata organizzazione politica. Una battuta per club, una frase che è più uno slogan che altro, e la risposta secca a tre domande rappresentano tutto ciò che “Marca” ha ritenuto che queste squadre avessero da insegnare ai fan di Messi e Ronaldo. Pur continuando tutti ad interrogarsi sul perché di questo interessamento inaspettato, i tifosi contrari al “futbol negocio” non dovrebbero aver dubbi: sfruttare l’ondata di visibilità garantita dal celebre giornale per poi tornare, dal giorno dopo, a districarsi di nuovo nella giungla delle news che più piacciono a questo tipo di media e che, persino in un giorno anomalo come questo, hanno relegato questo reportage di carattere nazionale a pagina 62 e 63. Oggi si godono la ribalta di “Marca”, ma da domani per queste squadre ricomincia la ricerca di quella tessera in più, i lavori per recintare i campi in terra battuta, le scuole calcio per bambini con le divise, i conetti, i fratini e i palloni da pagare. Ricomincia la lotta all’ultimo centesimo per iscriversi al campionato. Ricomincia la ricerca di quei 3 punti che per chi tifa queste squadre significano molto più che un piazzamento in classifica. ¡Adelante!

Segue l’articolo di Angel Rodriguez, liberamente tradotto da “Marca” del 6/11/2014, p. 62-63.
 
I cambiamenti socio-politici che la cittadinanza spagnola sta esigendo in questi ultimi tempi sembrerebbero, poco a poco, ripercuotersi anche sul calcio. Se non fosse così, non ci sarebbero otto squadre di categorie distinte che difendono un modello di gestione in cui sono proprio i tifosi che, in maniera democratica, prendono le decisioni importanti che riguardano il club.
Atlético Club de Socios, Unión Ceares, Club Deportivo Palencia, Ciudad de Murcia, Tarraco, Uniónistas, Sociedad Deportiva Logroñés y Xerez Deportivo si sono uniti questa estate per lottare a favore di un modello di gestione, basato sulla proprietà comunitaria, che sta acquisendo sempre più forza nel calcio iberico.
La prima squadra che ha iniziato a gestirsi così è stato l’Atlético Club de Socios, fondato da un gruppo di tifosi dell’Atlético Madrid insoddisfatti dalla dirigenza della famiglia Gil. “La nostra squadra appartiene ai tifosi. Funzioniamo in maniera totalmente democratica, lontani dal mercantilismo che gira intorno al calcio”, dichiara il suo presidente, Joacquin Lacarcel.
Non tutte queste squadre sono nate alla stessa maniera. La necessità di salvare la propria squadra è stato uno dei fattori determinanti affinché la Unión Ceares, fondata nel 1946, iniziasse a mettere al centro della propria gestione il potere dei propri soci.
“La società stava per fallire e un gruppo di tifosi, alcuni dei quali ex calciatori del club, proposero questo modello. E’ una maniera di gestione che si basa sul sacrificio: siamo tutti volontari, però lo facciamo affinché l’Unión Ceares vada avanti”, sottolinea Iñigo Arza, uno dei responsabili della società.
Rispetto ad un ipotetico salto di categoria, Arza è chiaro: “L’anno scorso abbiamo giocato i playoff e ci siamo presi uno spavento. Se fossimo saliti di categoria avremmo dovuto cercare soldi sotto le pietre”.


Una azione, un voto
Scappano dalla comparazione con Podemos. Sottolineano che sono nati prima. “Non ci consideriamo i “Podemos del calcio”, semplicemente difendiamo il nostro club, quello che era dei tifosi e i potenti hanno distrutto”, enfatizza Juan José Salvador, presidente del Palencia. Nonostante ciò, José Francisco Navarro, presidente del Ciudad de Murcia, vede invece delle similitudini: “Siamo giovani che hanno sbattuto i pugni sul tavolo affinché si sappia ciò che nel calcio è fatto malignamente e in maniera oscura”.

Appoggio massivo dei soci
I club di azionariato popolare hanno le idee chiare: nessun socio, anche se svolge un ruolo di direttivo, ha più potere decisionale di un altro. David Aparicio, azionista del Tarraco, squadra di Cuarta Catalana, è sicuro: “Non permetteremo mai che una persona compri il 51% del club per fare e disfare a suo piacimento. I contributi economici sono benvenuti, ma non conferiscono più potere”.
Sono coscienti del fatto che arrivare alle categorie più importanti è complicato senza avere un impresario che apporti capitali, ma sanno anche che non è impossibile: “Con una premessa chiara, cioè che le spese non superino le entrate, da due anni riusciamo a competere in Segunda B”, afferma Eduardo Guerra, presidente della SD Logroñés.
Richiama l’attenzione il fatto che i due ultimi club ad essere nati, Uniónistas de Salamanca e Xerez Deportivo, siano quelli che stanno avendo più riscontro nella partecipazione dei tifosi. I primi sono arrivati a 2000 soci ancor prima di debuttare in una partita ufficiale, mentre gli andalusi hanno già 4000 associati.
Otto squadre che hanno optato per questa vecchia maniera, ormai quasi dimenticata, di amministrare il calcio dando potere totale a chi ama i propri colori. Una decisione presa, forse, perché lo sport del popolo si è sempre più allontanato dal popolo.
Pubblicato in Romalandia

Questa stagione calcistica sarà ricordata per sempre dai 27.000 abitanti della cittadina basca di Eibar, nascosta in una valle fra le regioni di Bizkaia e Gipuzkoa, per via delle gesta della squadra locale. L’SD Eibar per la prima volta dalla sua fondazione ha raggiunto la massima serie del calcio spagnolo, ottenendo così due promozioni in due anni: dopo essere asceso alla Segunda nel giugno 2013, il 25 maggio di quest’anno si è qualificato per la Primera con due giornate di anticipo, concludendo il campionato in prima posizione. Nella stagione 2014-15 sarà infatti la squadra con il minor budget della categoria, proveniente dalla città con meno abitanti nella storia moderna della Primera División. La vedremo lottare per la salvezza nel campionato che ospita le squadre più forti d’Europa.

Nata nel 1940 da una fusione, i colori “azulgrana” sono il simbolo delle sue umili origini: nel 1943 ottenne in regalo dalla federazione locale i completi del Barcellona, i cui colori per caso figuravano anche nella bandiera del comune. Storicamente, la proprietà del club è sempre stata nelle mani di molti piccoli azionisti, che non hanno mai lasciato lo spazio a grandi investitori. Il suo stadio, l’Ipurua, è stato inaugurato nel 1947 e può ospitare solo 5.200 persone, una limitazione che probabilmente obbligherà la società a fare ampliazioni e ad installare dei maxi-schermi esteriori. Il legame fra lo stadio e la città è molto stretto, basti pensare che il giorno della conquista della Primera i balconi dei due enormi edifici che lo sormontano hanno ospitato più di cento persone in festa.

Il raggiungimento della massima serie non è l’unico motivo di vanto per i tifosi. Il cosiddetto “modello-Eibar”, fatto di vicinanza alla tifoseria e di sostenibilità economica, non solo ha permesso alla squadra di arrivare prima nel campionato, ma anche di superare un enorme problema economico che stava per cancellare i sogni di gloria di migliaia di tifosi.

La fantastica stagione ha rischiato di disintegrarsi a marzo, quando è arrivata la notizia che per colpa di una legge del 1999 le porte della massima serie sarebbero rimaste chiuse per l’Eibar, che dal basso dei suoi 4 milioni di euro di budget non sarebbe stato degno di lottare contro le multimilionarie squadre spagnole. Un esempio? Il Real Madrid, con il valore di 521 milioni, vale più di 130 volte l’Eibar.
Ed è questa l’altra enorme impresa di questa squadra: per soddisfare le pretese del Consejo Superior de Deportes, società e tifoseria hanno dovuto far fronte ad un aumento di capitale di 1,7 milioni, per portare entro il 24 luglio il capitale sociale da 400.000 euro a quei 2,1 milioni che rappresentano la chiave d’accesso all’Olimpo del calcio spagnolo, ma anche per non retrocedere obbligatoriamente in terza serie.

Il paradosso che ha causato questa legge è evidente: in un calcio notoriamente malato a livello economico, in cui i club hanno debiti abissali con le banche, si sarebbe vietato l’ingresso proprio ad una società sana e trasparente, colpevole di essere riuscita ad arrivare all’apice del calcio spagnolo con troppi pochi soldi. Questo risulta ancora più assurdo se pensiamo che questa legge fu varata proprio per costringere i club che versavano in cattive condizioni economiche ad accedere alla massima serie con un’economia più solida.
A tutto ciò va aggiunta l’evidente ostruzione delle istituzioni e dei potenti della LFP, che nulla hanno fatto per aiutare l’Eibar ad aggirare l’ostacolo, ingiusto agli occhi di tutti. Ma invece di fermarsi, l’avanzata del “modello-Eibar” ha continuato a mettere in crisi gli anti-valori del calcio moderno, azionando una macchina organizzativa che ha permesso l’enorme aumento di capitale.
Grazie alla campagna mediatica #DefiendeAlEibar, la società ha organizzato un’iniziativa di finanziamento popolare per accumulare quei 1,7 milioni che mancavano. Tifosi e simpatizzanti hanno partecipato comprando online azioni da 50 euro, ma senza poter superare i 100.000 euro: questo per ribadire che non si cercavano né magnati né sceicchi, ma la partecipazione popolare. E così è stato: grazie all’aiuto di centinaia di tifosi, negozi e piccole imprese, oggi la straordinaria impresa si può dire conclusa. A memoria di ciò, tutti i nomi dei tifosi che hanno permesso all’Eibar di giocare in Primera rimarranno incisi su una delle facciate dello stadio.

Come già abbiamo detto, l’approdo in Primera e il successo dell’aumento di capitale non sono frutto del caso. Le chiavi del successo dell’Eibar sono molte e rispecchiano i valori di tante società di calcio popolare e di Supporter’s Trust che stanno sorgendo in Europa. Prima di tutto, la sostenibilità economica: al contrario di praticamente tutte le grandi squadre spagnole, il club non ha mai speso un euro in più di quanto avesse a disposizione e paga puntualmente lo stipendio a giocatori e staff. “Se una famiglia spende più di ciò che ha, va in rovina: le tolgono la casa o le pignorano i beni. Ma tutti i club di calcio lo hanno fatto e non è successo nulla”. A sostenerlo è Gaizka Garitano, allenatore ed ex giocatore dell’Eibar, coinvolto appieno nella filosofia del club.
Lo stesso Xabi Alonso, che insieme a David Silva rappresenta il meglio che sia uscito dal vivaio del club, commentò che ad Eibar aveva imparato due cose: a difendere bene e a sostenere lunghissimi viaggi in autobus. Se questo non bastasse a capire come funzionano le cose, basti sapere che il prezzo delle magliette regalate ai tifosi a fine partita viene direttamente scalato dalle buste paga di ogni giocatore.
Questo regime economico, che da molti calciatori e tifosi potrebbe essere definito spartano, ha in realtà un senso ben preciso: non solo permette alla società di mantenere in verde il bilancio, ma aiuta a creare un ottimo rapporto dentro lo spogliatoio e fra squadra e tifoseria. Ad esempio, ad Eibar è comune vedere i calciatori arrivare agli allenamenti dopo aver cercato parcheggio come qualsiasi altro abitante, così come non è difficile per i bambini incontrare i propri idoli a spasso per la città. Già, i propri idoli: nei campetti di Eibar le maglie di Barça e Real non sono ben viste dalla gioventù locale.

Conseguenza in campo di questa netta impostazione societaria è l’affidamento che si fa sulla forza del gruppo. Ogni anno la rosa viene composta con un budget molto limitato, perciò quasi tutti i giocatori ricevono il salario minimo, senza grandi disparità fra gli stipendi. Il lusso e i vizi tipici dei calciatori di oggi restano alla porta: nell’Eibar il gruppo vale più dei singoli ed è questa convinzione che permette al club di vincere nonostante la sua netta inferiorità economica.
Il rapporto della società con la tifoseria si può riassumere in qualche parola: vicinanza ai tifosi e difesa della tradizione. Ad esempio, il club mantiene accessibili i prezzi di biglietti e abbonamenti (nella passata stagione 83 euro in curva fino ai 25 anni) e facilita la organizzazione delle trasferte, riuscendo a coinvolgere al massimo i propri tifosi ed evitando che si diffonda il tifo per le “grandi” o la cosiddetta doppia fede calcistica. Le parole del presidente Alex Aranzábal descrivono bene questo rapporto: “Vogliamo i bambini con la maglietta dell’Eibar e non quella di Messi o Cristiano Ronaldo. Vogliamo che il club rimanga per sempre del popolo e della gente, che mantenga le sue radici a livello popolare”.

Nella prossima stagione calcistica sarà interessante vedere se la forza del gruppo permetterà alla squadra di guadagnarsi la permanenza. Ma, qualsiassi essi siano, i risultati sportivi dell’Eibar in Primera saranno comunque un enorme successo, visto l’abisso economico che lo separa dagli altri club.
Ancora più interessante da osservare sarà la reazione della Liga più opulenta del mondo al rivoluzionario “modello Eibar”: quanti tifosi capiranno che non serve aspettare che arrivi uno sceicco dal cielo per veder migliorare le sorti del proprio club? Quanti esperti di marketing si renderanno conto che cambiare logo, colori e nome alla squadra è ininfluente se comparato alla forza (anche economica) della passione? Detto ciò, nella Liga 2014-15 nessun calciofilo potrà nascondere la voglia di vedere che accoglienza riserverà la fortezza di Ipurua a Cristiano Ronaldo e Messi, così come a qualsiasi altro giocatore o club che da solo vale decine di volte l’Eibar.


Si ringrazia Nacho Carretero per alcune citazioni tratte dal suo articolo pubblicato sulla rivista Jot Down.
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La formula proposta da Del Bue (Assessore allo Sport del Comune di Reggio Emilia) è già realtà in tanti club italiani. Riccardo Bertolin di MyROMA spiega cos'è il Supporters' Trust.

REGGIO EMILIA - Nel corso dell'incontro svolto sabato fra i tifosi e Mauro Del Bue, una delle proposte  avanzate dall'Assessore è stata quella di far entrare un gruppo di supporter granata in società con la Reggiana, secondo quella formula nominata "Azionariato Popolare".
In Italia già molte società sportive hanno quote azionarie in mano ai tifosi. La prima in Italia è stata la vicina Modena, seguita subito a ruota dai tifosi della Roma Calcio, ma sulla scia tante altre città hanno seguito questo modello.
Ieri sera, nel corso di un incontro fra l'azionariato gialloblu per discutere una forma di protesta contro la dirigenza Caliendo, la redazione di SportReggio ha incontrato Riccardo Bertolin, uno dei soci fondatori dell'azionariato romano (MyROMA) e membro del Direttivo della Football Supporters Europe.
"La prima cosa da far capire ai tifosi che volessero avvicinarsi a un'azione di questo tipo è che tutto deve partire dal basso verso l'alto e non viceversa. Si deve lavorare insieme, amministrazione comunale e tifosi, per poter giungere a un accordo che soddisfi tutti. Se l'ordine arriva dall'alto e basta, è facile che la cosa finisca lì."

Una delle proposte fatte dall'Assessore Del Bue è stata infatti quella di lavorare insieme, cercando di andare a convincere anche le piccole realtà imprenditoriali locali affinchè sposino questo progetto. Lo considera il giusto inizio per la tifoseria granata?
Infatti l'aspetto principale dell'azionariato popolare non è solo quello di trovare una base di persone che si metta d'accordo per partire, ma anche di coinvolgere la comunità locale, creando norme, uno statuto chiaro, trasparente e sostenibile, seguendo le norme generali dello statuto ideato dall'associazione "Supporters in Campo" che unisce tutti i gruppi di azionariato popolare in Italia.

Ad esempio?
Tutto deve essere accessibile a tutti, si può provare a costruire una base economica con azioni che portino a raccogliere fondi. Ma soprattutto ogni cosa deve essere fatta in maniera trasparente: noi a Roma, ad esempio, abbiamo il conto dell'associazione accessibile ad ogni socio, e chiunque può entrare e controllare le entrate e le uscite economiche.

Da cosa vi arrivano le entrate?
In maggior parte da donazioni o dal versamento della quota annuale, che negli ultimi anni è stata di 20€, mentre le uscite sono le tasse del conto corrente, le tasse generali da pagare ma anche e soprattutto l'acquisto delle azioni dell'AS Roma.

E una volta acquistate le azioni?
Questo ci ha permesso di sederci al tavolo del Consiglio (Assemblea degli Azionisti, ndr), facendoci conoscere e iniziando a mettere sul tavolo anche qualcuna delle nostre richieste. Ma soprattutto questo dà la possibilità di lavorare insieme, creare obiettivi, farsi conoscere. Questa è la grande potenza di questa idea: l'azionariato popolare serve a riportare in mano parte di una società a chi veramente è il vero "proprietario" di una squadra, cioè i tifosi.

Si spieghi meglio.
Chi è al di fuori di queste meccaniche spesso interpreta l'azionariato popolare come un "voler acquistare la squadra" da parte dei tifosi. Nulla di più sbagliato. L'azionariato popolare in Inghilterra si chiama Supporters Trust ed è la partecipazione di una parte del tifo per entrare nel processo decisionale della società. Non si parla di fare calciomercato, decidere chi sta in panchina o chi scende in campo ogni domenica: quello è il management.

Ci sono esempi in cui questo supporters trust ha funzionato bene?
Di esempi in Europa ce ne sono tanti: dall'Amburgo in Germania, che appartiene al 100% ai suoi supporter, a casi drastici come quello del Wimbledon in Inghilterra: un imprenditore norvegese che aveva acquistato la squadra, vedendo che non era redditizio come credeva, ha demolito lo stadio per creare un complesso residenziale, spedendo tifosi e giocatori a Milton Keynes, distante oltre 100 km da Wimbledon. Questo non è andato giù a nessuno, e molto semplicemente i supporters hanno rifondato tutto, chiamando la squadra AFC Wimbledon e sono ripartiti dalla terza categoria. E' una società che appartiene al 100% ai soci tifosi.

Quindi, tornando a Reggio, quale potrebbe essere il primo passo da fare per intraprendere questa strada?
E' fondamentale focalizzare gli obiettivi, ma soprattutto capire che quella è la soluzione, per non dire il futuro del calcio che ormai è diventato insostenibile a qualunque livello, visto che in Italia falliscono anche le squadre di dilettanti. Ma soprattutto dovrebbero cambiare le regole, come in Germania, dove una società non può  appartenere in maggioranza assoluta ad una singola persona. Questo ha portato benefici, ed in questo modo il possesso della squadra è tornato in mano a chi ci teneva veramente. Quando abbiamo fondato MyROMA ci siamo ispirati a questo modello, perchè crediamo che sia quello che abbia la struttura più solida ed efficace.

Come funziona MyROMA?
E' un'associazione definibile come Supporers Trust, non a scopo di lucro: nel caso dovesse fallire, i soldi accumulati andrebbero in beneficienza da statuto. Siamo nati il 27 maggio del 2010, e ancora esistiamo anche se non è facile: in tanti anni è capitato chi ci ha provato a dare fregature, o ha sfruttato il tifo per farsi i propri interessi.

In altre parole?
Bisogna battersi per vincere la diffidenza della gente, e questo lo si può fare solo con la trasparenza totale, ma per il resto è tutto volontariato: quello che ci spinge è l'amore per la nostra squadra, e soprattutto la volontà che i nostri figli non vedano nel loro futuro lo stesso degrado nel calcio che abbiamo visto noi. Sono stanco di vedere porcherie gettate addosso ai tifosi considerati solo come feccia, mentre il tifoso non è il problema da risolvere, ma la soluzione. Non è la risorsa da sfruttare solo quando bisogna fare la campagna abbonamenti o vendere merchandising. Se ci si riesce ad organizzare, si può rompere questo meccanismo perverso che si è creato in tutti questi anni.

Fonte: http://www.sportreggio.it/notizie/2014/01/17/reggiana-e-se-il-futuro-fosse-lazionariato-popolare_48729#.UuVK_d9d7cs

Pubblicato in Romalandia
Lunedì, 29 Luglio 2013 15:21

Bayern Monaco, è record anche di associati

Il Bayern Monaco tra i tanti ottimi risultati raggiunti nella stagione scorsa, su tutti la vittoria nella finale di Champions League, mette in archivio un altro significativo record, l' associazione di tifosi di pubblica utilità FC Bayern München e.V, che controlla il FC Bayern München AG con l'81,8% delle quote, è la prima associazione di tifosi che supera i 200.000 associati in Germania raggiungendo i 217,241membri.

Il club bavarese, secondo in Europa per membri solo al Benfica che conta circa 224.000 soci, ha visto incrementare rispetto all'anno passato il numero degli affiliati di quasi 30.000 unita passando dai circa 187.000 della stagione 2011/12 agli oltre 217.000 del 2012/13.

Il club ha vissuto una stagione da incorniciare, oltre ai successi sportivi, è il marchio(brand) con maggiore appeal e valore sul mercato del calcio globale, quarto per ricavi generati in Europa(sotto immagine) e salito al 12° posto della classifica Top50 elaborata dalla rivista Forbes tra i club sportivi di maggiore valore al mondo.

 

                                                 

 

La base di fan del club ha sicuramente ricevuto uno stimolo importante grazie ai successi della squadra, l'aumento conseguito è il più ampio della storia dell'associazione che è passata dai 90.000 membri del 2000/01 agli attuali 217.000 (+140%) in 12 anni. Il club conta inoltre oltre 3200 fanclubs in rappresentanza di quasi 250.000 supporters che vanno ad aggiungersi all'associazione.

L'importante seguito che riscuote il club è anche uno dei principali fattori che garantisce la sostenibilità economica alla società che nell'ultimo bilancio(2011/12) ha chiuso in attivo di di 11,1 milioni rispetto ai 1,3 della stagione 2010/11. La presenza massiccia di spettatori nelle partite casalinghe all' Allianza Arena e la grande diffusione del merchandising del materiale tecnico sono elementi che garantiscono un flusso costante e diversificato di ricavi, e i grandi numeri del seguito garantiscono un grande potere contrattuale al club in sede di discussione con gli sponsor permettendogli di sottoscrivere importanti accordi economici.

 

FC Bayern München e.V(Eingetragener Verein) è un'associazione di tifosi fondata nel 1900, attualmente il presidente è Uli Hoeness che controlla la polisportiva del Bayern Monaco attiva non solo nel mondo del calcio ma anche in altri settori, quali basket, pallamano, ginnastica ecc. Nel 2002 per decisione dell'assemblea generale, su necessità di creare una società di capitali, è stata creata una divisione indipendente che comprende il solo club di calcio denominata FC Bayern München AG partecipata, come accennato in precedenza per l' 81,8% dall' associazione FC Bayern München e.V e per le restanti quote da Adidas 9,1%(sponsor tecnico) e AUDI AG 9,1 %.

FC Bayern München AG e Allianz Arena München Stadion GmbH gestiscono nel complesso la gestione delle attività del club e dello stadio attraverso FC Bayern München AG group.

Al bilancio della stagione 2011/12 FC Bayern München e.V ha riportato un attivo di 1,6 milioni(dai 900.000 euro della stagione precedente) e contava 54,23 milioni in riserve accumulate.

Le Eingetragener Verein sono associazioni di interesse collettivo con finalità di pubblica utilità, che si traduce attraverso la promozione e lo sviluppo delle attività sportive, nella sola Bundesliga se ne contano 15 su 18 che controllano i rispettivi club grazie alla regola del '50%+1' che garantisce che nessun investitore privato individuale possa detenere il pacchetto di maggioranza di un club riservato ad associazioni democratiche di tifosi. Ne sono escluse per tradizione storica Bayer Leverkusen, il VFL Wolfsburg, in entrambi i casi, i club sono al 100% controllati da gruppi industriali (Bayer, una società chimica e Volkswagen, un costruttore di automobili) e Hannover 96.

La regola del '50+1' è registrata negli statuti della DBF e della DFL rappresenta la migliore forma di coinvolgimento dei tifosi garantendo rappresentatività attraverso la possibilità di eleggere i membri del consiglio di amministrazione dei rispettivi club, la possibilità di organizzazione di progetti comunitari e l' opportunità per un coinvolgimento significativo in ogni aspetto del club.

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(Calciopress – Sergio Mutolo) Il calcio, pur essendo omologabile a un’industria in termini di fatturato, non può essere considerato alla stregua di qualsiasi altra azienda. E’ nulla più che la “monetizzazione” di un sentimento.

Il suo traino è la passione dei tifosi: non meri utilizzatori finali del prodotto, ma veri e unici tutori delle maglie che portano i colori della squadra del cuore.

Se si disattende questo assioma, il sistema è destinato a venire giù come un castello di carte.

Quando entrano in uno stadio i tifosi non lo fanno solo per veder vincere la loro squadra, ma anche per  riaffermare un legame d’amore eterno e incondizionato. E’ avvenuto, e avviene, in tutte le latitudini del globo. Diversamente, per quale ragione il football continua a essere il gioco più seguito al mondo nonostante la perversa contaminazione di un business sempre più bieco?

Un club, piccolo o grande che sia, appartiene alla città. E’ proprietà dei cittadini-tifosi. Chiunque, quando si prepara ad assumerne la guida, dovrebbe (deve)  sapere che andrà a confrontarsi con l’amore-umore dei suoi tifosi.

La stella polare di ogni azienda, è stato detto e ripetuto, dovrebbe essere l’etica degli imprenditori che la dirigono. Un concetto ancora più stringente quando si parla di azienda-calcio. Il fatto che il binomio etica-calcio sia evaporato  a tutti i livelli nel corso degli anni non è certo un alibi.

Ecco perché nel calcio, e non solo, c’è un disperato bisogno di etica. Capita invece che i club finiscano nelle mani di dilettanti allo sbaraglio: squallidi guitti che si trascinano dietro improbabili codazzi di nani e ballerine. Gente senza idee, nè passione e neppure soldi in qualche caso. Come si può, anche lontanamente, pensare che costoro siano in grado di costruire progetti solidi, compatibili e sostenibili?

I tifosi, tutori della “grande storia del club”, devono essere riportati al centro del sistema. Vanno al più presto alzati steccati normativi invalicabili da chi non dimostri di possedere le qualità etiche necessarie per mettersi a capo di un’azienda-squadra. Si devono stabilire controlli istituzionali rigorosi e continui. Occorre puntare tutto sll’Azionariato Popolare, come la Bundesliga insegna. Questa è la strada da seguire, impervia ma obbligata, se si vuole davvero salvare il calcio in Italia.

Sergio Mutolo - www.calciopress.net

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